(Agen Food) – Rieti, 22 ago. – di Olga Iembo – Manca solo una settimana al taglio del nastro della XIV Fiera Mondiale Campionaria del peperoncino che, dal 29 agosto al 7 settembre, accoglierà a Rieti centinaia di migliaia di persone, appassionati, curiosi, tecnici attratti dalla spezia che conquista tutti, alla scoperta di un’intera filiera ricca e operosa e di una manifestazione dalle mille sfaccettature. Un evento che ha mosso i suoi primi passi parallelamente a un lavoro scientifico lungo e delicato, in un rapporto di stretta collaborazione fra il Comitato organizzatore della Fiera e gli esponenti del mondo universitario e della ricerca che, partendo da un progetto visionario, insieme hanno intrapreso un viaggio appassionante e creativo. Una ricerca per giungere ad una cultivar locale, praticamente creare un peperoncino che avesse in sé l’aroma e la forza tipica del territorio reatino: moderatamente piccante, profumato, bello da vedere e con una forma distintiva. Quel primo grande traguardo è ormai praticamente raggiunto, ma il lavoro di studio non finisce, perché “l’attività di ricerca in agricoltura è sconfinata” come ha spiegato efficacemente ad Agen Food Valerio Vecchiarelli del Centro Sperimentale Appenninico del Terminillo “Carlo Jucci”, propaggine dell’Università di Perugia nel cuore della Piana reatina.
Vecchiarelli, torna come ogni anno la Fiera Campionaria Mondiale del Peperoncino e a Rieti ci sarà anche la rappresentanza del Centro Appenninico del Terminillo “Carlo Jucci”, struttura di ricerca dell’Università di Perugia. La collaborazione fra i due ha radici profonde, ci racconta quando è iniziata?
“Il Centro Appenninico al tempo dei primi passi mossi dalla Fiera Mondiale del Peperoncino, era rimasta l’unica struttura che faceva ricerca in agricoltura nel territorio reatino; gli organizzatori, allora, dopo la prima edizione volevano uscire dall’ambito esclusivamente commerciale della rassegna e trovare qualcosa di unico, caratterizzante, della loro creatura. E così chiesero collaborazione, proponendo l’idea di realizzare una varietà/ecotipo di peperoncino con determinate caratteristiche da legare alla tradizione agricola del Reatino. A Rieti, e al Centro Appenninico in particolare, il mondo del peperoncino era una assoluta novità, si trattava di studiare e approfondire insieme un prodotto della terra dall’eccezionale biodiversità, anche se negli anni ’70 – quando il Centro Appenninico era ancora di proprietà dell’Università di Pavia e portava avanti studi prevalentemente di carattere genetico – era stato fatto un notevole lavoro di selezione e miglioramento di varietà di peperone. L’idea fu quella di provare a realizzare un peperoncino ‘Sabino’, gli organizzatori della Fiera fornirono alcune varietà le cui caratteristiche erano note, alcune eccezionali per sapore, altre per aromi, altre ancora per forma e colore delle bacche. Accettammo la scommessa e iniziammo un lungo percorso di selezione e ‘assaggi’. Il resto è storia dei nostri giorni”.
Il Centro ha portato avanti un importante lavoro sperimentale nella pianura reatina che ha consentito di creare il “campo catalogo”, ci spiega di cosa si tratta?
“Dopo quei primi contatti e l’inizio del lavoro di selezione con l’obiettivo di arrivare al tanto atteso ‘Sabino’ si avviò una ricerca sulla sistematica del peperoncino, scoprendo che moltissimo era affidato alla passione di alcuni, agli hobbisti, agli studiosi di una pianta che stava diventando quasi una moda nell’immaginario collettivo e si scoprì che a fronte di un fermento quasi eccessivo, c’era molta confusione sulla classificazione di specie, varietà, ecotipi locali. Fu così che venne l’idea di provare a mettere ordine nello sconfinato panorama varietale, attraverso la Fiera si chiese aiuto ad alcune associazioni di appassionati studiosi, si reperirono molti semi di varietà classificate, esotiche e locali, per avere un catalogo ‘vivente’ di ciò che attualmente si poteva trovare in Italia, coltivato e non. Nel tempo il campo catalogo ha ospitato fino a 800 varietà classificate, un lavoro complesso, anche perché mantenere il seme in purezza con il rischio di inquinamento del polline e ibridazioni indesiderate, richiede un impegno enorme”.
Nel frattempo, gli organizzatori della manifestazione si sono rivolti proprio al Centro Appenninico del Terminillo “Carlo Jucci” per avviare una ricerca volta a costituire una cultivar locale e dopo alcuni anni, grazie al progetto PEPIC avete ottenuto il risultato sperato. Ci racconta?
“Gli organizzatori della Fiera fornirono al Centro Appenninico cinque varietà di peperoncino di caratteristiche diversissime, un patrimonio genetico unico dal quale attraverso gli incroci e la successiva selezione, si sarebbe dovuti arrivare a ottenere un peperoncino con le caratteristiche richieste: colore rosso acceso, dimensioni medie, forma globosa ma soprattutto non eccessivamente piccante e ricco di aromi. Dopo aver osservato l’infinità di genotipi derivanti dalla progenie degli incroci intervarietali l’attenzione si è fissata su un peperoncino ‘figlio’ di un diavolicchio calabrese, noto per le sue ottime caratteristiche gastronomiche e il ‘Brasil’, una varietà multicolore, con un livello di piccantezza basso e un altissimo contenuto di composti aromatici. La successiva selezione ha portato a quello che oggi chiamiamo ‘Sabino’, di cui si è ottenuta la stabilità delle caratteristiche e la loro riproducibilità nelle successive generazioni, l’uniformità di forma e colore e una buona qualità fitosanitaria. A questo punto si è avviato il complesso iter di iscrizione al Registro Nazionale delle Varietà che sta per giungere al termine, anche se c’è ancora da superare un ostacolo tecnico per il suo definitivo riconoscimento e cioè l’induzione di una resistenza genetica a un particolare virus del tabacco. Il lavoro adesso diventa di tipo molecolare, ma a parte questi aspetti tecnici il peperoncino ‘Sabino’ è già una realtà”.
Arrivare ad avere una varietà che è perfetta espressione del territorio, come il “Sabino”, è stato un risultato di straordinaria importanza, ma il vostro lavoro prosegue costantemente, ed a volte dovete fare i conti con diverse problematiche legate alle condizioni climatiche, ad esempio. A cosa sono mirate le attività che svolgete, quali le maggiori difficoltà e come si affrontano?
“L’attività di ricerca in agricoltura è sconfinata, legata a doppio filo a fattori esterni dalla nostra volontà, come le caratteristiche del suolo e l’andamento climatico. Negli ultimi anni, poi, si deve fronteggiare anche l’imprevedibilità degli agenti atmosferici, fattore in continua evoluzione. Il campo catalogo, per esempio, quest’anno è stato colpito da una violenta grandinata subito dopo che tutte le varietà erano state trapiantate in pieno campo. Stiamo cercando di recuperare il più possibile, sapendo bene che non sempre in agricoltura le cose vanno come pianificato al momento di redigere un progetto. L’uomo ci mette la programmazione e la tecnica, ma terra e cielo decidono il suo destino”.
Come sarà caratterizzata la vostra presenza alla Fiera Campionaria, anche in questa edizione 2025, la vostra attività sarà divulgativa, dimostrativa?
“Come è accaduto per tutte le edizioni precedenti della Fiera la nostra presenza sarà soprattutto di supporto scientifico alla manifestazione, con interventi divulgativi e di conoscenza del panorama colturale del peperoncino. Dal punto di vista pratico come sempre abbiamo allestito un campo catalogo con visite guidate previste durante il periodo della manifestazione, una collaborazione che negli anni ha portato nei nostri campi sperimentali migliaia di appassionati. Poi, all’inizio dell’autunno, quando si sarà al culmine della maturazione e della produzione in campo, per tradizione consolidata la Fiera avrà un’appendice al Centro Appenninico con un ‘Open day’, durante il quale apriremo i cancelli dei nostri campi sperimentali e si potranno ammirare le diversità di forme e colori e anche di sapori, con la possibilità per i partecipanti di fare una controllata raccolta ‘self service’”.
La Fiera del peperoncino di Rieti, che ha ormai assunto un’importanza e dimensioni notevoli rappresentando uno degli appuntamenti più importanti nel suo genere in tutto il Meridione, riunisce i vari “attori” protagonisti di questo settore e può contare sul sostegno delle Istituzioni praticamente a tutti i livelli. Che importanza ha tutto questo per il mondo agricolo e agroalimentare?
“Il mondo agricolo, asse portante dell’economia del territorio Reatino, vive un momento di estrema difficoltà, sia per il crollo dei prezzi di vendita e il contemporaneo aumento incontrollato delle spese di gestione, sia per la difficoltà a evolversi verso scelte colturali e indirizzi produttivi diversi dai tradizionali. Negli anni si è certificato come il peperoncino in questo territorio sia facilmente coltivabile, abbia rese notevoli sia qualitative, sia quantitative, ma paghi dazio alla novità e alla assoluta mancanza di un ‘know how’ post raccolta. Sarebbe un’ottima opportunità se al fianco dello studio effettuato sulle buone pratiche di coltivazione e sulla scelta colturale si potesse sviluppare una filiera di trasformazione finale del prodotto o creare qualche canale preferenziale di commercializzazione, se non un vero e proprio mercato. Ma su questo fronte la palla passa alla politica agricola che deve fare scelte precise e creare opportunità, altrimenti questo enorme movimento creato dalla Fiera e l’altrettanto grande interesse popolare suscitato, resteranno confinati nel recinto dei giorni della manifestazione”.
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